Ed era ancora domenica.

La domenica stava finendo. In televisione c’era il film con Totò. Erano le sette e mezza di sera e fuori era già scuro. Dalla finestra veniva il chiarore giallino di un lampione. E si è spento tutto.
Nel buio assoluto, un tremore diventò sconquasso; un boato, urlo a molte voci: di mobili, di suppellettili, di muri che gemevano, si spezzavano, crollavano. Forse urla di persone.
Per caso, qualcuno registrò il suono di quei 90 secondi lunghi come l’attesa del prossimo respiro. Il pavimento e le pareti smisero di essere corpi solidi, immobili, pianeggianti. Si stava in piedi come foglie al vento. Però si doveva scappare, e subito. La porte di casa fremevano per diventare trappole. Si doveva uscire, scendere milioni di scale, correre in strada, scansando cornicioni e cavi elettrici tranciati, scalcianti.
A pensarci ora, nessuno di noi ebbe molte possibilità di uscirne vivo. Ma non ce ne rendevamo conto. Una volta in salvo trovammo il tempo di guardare il cielo, osservare le strane luci che vi erano apparse e, finalmente, di aver paura. I morti furono quasi tremila. In più di duecentocinquantamila restammo senza casa. Avevo ancora una famiglia ed era ancora domenica.
Dopo vennero le notti a dormire in macchina o da parenti con la casa ancora agibile. Ci abituammo al paesaggio con macerie. Chiunque abbia affrontato un terremoto, sa bene cosa voglia dire. Ad ogni nuovo sisma, ovunque sia, vediamo nei telegiornali le stesse scene. E ci pare di essere anche noi lì, insieme alle persone che ne sono colpite. È inevitabile. Non si finisce mai di essere terremotati.
Oggi non parliamo di teatro, ma della nostra storia. Il 23 novembre di trentasei anni fa l’Irpinia, la Basilicata, la Campania furono devastate dal terremoto. Molti di noi, nella Filodrammatica Partenopea, ne sono stati testimoni diretti. Forse per questo viene naturale mettere da parte per un attimo i documenti d’epoca, le immagini, i servizi giornalistici, e pensare alle nostre storie personali, “minori”, che raccontano il terremoto dal punto di vista di chi l’ha vissuto.
La storia del canarino abbandonato nella fuga e morto lì, nalla sua gabbietta. La casa dei nonni in cui si rifugiarono figli, generi, nuore e nipoti, tutti vicini. La scarpa perduta per le scale, che nessuno tornò mai a riprendere. L’operaio che lavorava di fronte a casa che quelle scale le salì di corsa, in mezzo ai crolli, perché al quinto piano aveva una moglie ed una bambina neonata da salvare…
Cosa ricordate di quell’evento? Se volete, lo spazio nei commenti è aperto a qualsiasi contributo.
Ricordiamo che è ancora attiva la raccolta fondi via SMS attraverso il numero solidale 45500 a favore della popolazione colpita dalle scosse dei mesi scorsi.


Dietro la naturale pietà verso il moribondo, infatti, non c’è alcuna assoluzione. Luca non è un innocente. Di fronte all’incomunicabilità e alle divisioni nella sua famiglia, si è rifugiato in un mondo finto, di cartapesta e terracotta. Di fronte al disordine da governare, ha preferito fare il presepe, dove ogni cosa è preordinata, anche lo scorrere dell’acqua, e non ci sono imprevisti. Perfino sul letto di morte non rinuncia a fuggire dalla realtà.
Comunque la si voglia leggere, “Natale in casa Cupiello” rimane un’opera fondamentale nella storia del teatro italiano e napoletano. Emblematica è la sua stessa gestazione, che trasforma un atto unico legato ancora al teatro ottocentesco leggero e disimpegnato in un testo che indaga in modo spietato nella disgregazione di una famiglia i cui membri, incapaci di comunicare tra loro, riescono soltanto a farsi del male. Tematiche – l’incomunicabilità, lo scontro generazionale – che oggi, ad oltre ottant’anni di distanza, continuano a rendere estremamente attuale questa commedia tragica.



